Costruire un portafoglio finanziario vuol dire per il risparmiatore medio quasi sempre acquistare quote di fondi comuni di investimento a gestione attiva, di cui banche e reti sono le principali promotrici.
Tuttavia, scegliere tra fondi comuni a gestione attiva e fondi a gestione passiva (es. ETF), può influire significativamente sui risultati finanziari degli investimenti e non sempre è un’alternativa “possibile”.
Al risparmiatore che si affida a servizi di consulenza tradizionale spesso non viene prospettata l’alternativa dei ben più efficienti fondi passivi, in quanto banche e reti non marginano nessuna commissione di collocamento su questa tipologia di fondi e quindi, semplicemente, non li raccomandano volentieri.
In questo articolo esaminiamo le differenze tra i fondi a gestione attiva e quelli a gestione passiva per capire, da un punto di vista squisitamente finanziario, quale tipo di fondo sia la scelta migliore per un investitore in termini di valore aggiunto.
Cosa si intende per “Gestione Attiva” e “Gestione Passiva” dei fondi comuni di investimento
I Fondi Comuni sono dei veicoli di investimento gestiti da Società di Gestione del Risparmio (SGR) che raccolgono capitali da vari risparmiatori per investirli in attività finanziarie come azioni, obbligazioni e titoli di stato, cercando di ottenere un certo rendimento dal mercato (CONSOB).
Sono gli strumenti più raccomandati ai piccoli risparmiatori e rappresentano l’entry point nel mondo degli investimenti in quanto la presenza di fondi in portafoglio permette:
- una buona diversificazione sui mercati con un solo strumento finanziario;
- semplicità di gestione della posizione (la compravendita di fondi avviene tramite la sottoscrizione di quote);
- l’utilizzo in più strategie di investimento (Piani di Accumulo, investimenti tematici, ecc.).
In particolare, si parla di gestione attiva quando il fondo è guidato da un team di professionisti che seleziona e gestisce attivamente gli strumenti finanziari in cui il fondo investe sulla base di ricerche, analisi di mercato e previsioni finanziarie, con l’obiettivo di superare un indice di riferimento (benchmark) ed ottenere un certo rendimento.
Si parla invece di gestione passiva nel caso di fondi di investimento che replicano passivamente un indice di mercato. In altre parole il gestore di un fondo passivo crea un portafoglio che rispecchia un determinato paniere di asset, senza selezionare attivamente i titoli al suo interno.
Un esempio sono gli ETF sull’indice EURO STOXX 50, fondi passivi il cui portafoglio è composto dalle 50 più grandi società dell’Eurozona. In questi casi il personale professionista coinvolto nella conduzione del fondo è minimo e i costi operativi di gestione sono conseguentemente inferiori.
I nuovi ETF Attivi: a metà tra fondi comuni ed ETF tradizionali
Per completezza si segnala anche la presenza sul mercato dei recenti ETF attivi.
Come i classici ETF passivi, gli ETF attivi sono fondi di investimento negoziati direttamente in borsa e liberamente acquistabili da tutti i risparmiatori.
I fondi comuni tradizionali (gestione attiva), invece, sono collocati da banche o altri intermediari, fattore che ne aumenta i costi in commissioni.
Il termine “attivi” per gli ETF suggerisce che non attuano una semplice replica passiva di un indice per la composizione del portafoglio (come avviene per gli ETF passivi), ma hanno una gestione del patrimonio simile a quella dei fondi comuni, ovvero discrezionale.
Allora qual è la differenza tra fondi comuni ed ETF attivi?
Gli ETF attivi hanno discrezionalità limitata, ovvero i gestori possono intervenire sulla composizione del portafoglio, ma senza discostarsi troppo dalla composizione originale dell’indice che si intende replicare, riuscendo così a mantenere i costi complessivi del prodotto bassi.
Tipi di gestione di fondi comuni a confronto: pro e contro
La principale differenza che salta subito all’occhio è la discrezionalità operativa che contraddistingue i fondi tradizionali a gestione attiva rispetto ai fondi passivi.
Questa non è fine a sé stessa, ma può rispecchiare una particolare filosofia di investimento del fondo attivo, come la ricerca della performance a tutti i costi e il perseguimento di obiettivi strategici prefissati, tutti aspetti espressamente dichiarati nella documentazione informativa dei fondi presentati al risparmiatore prima della sottoscrizione.
Quali sono i vantaggi di questo approccio? In teoria e nella migliore delle ipotesi i fondi attivi hanno una gestione del patrimonio più reattiva ai cambiamenti del mercato, che può portare a rendimenti superiori specialmente in periodi di volatilità, ma soprattutto hanno la possibilità di intercettare e seguire nuove opportunità di investimento prima degli altri.
In realtà, questo tipo di struttura comporta elevati costi operativi che si traducono in elevate commissioni per gli investitori e alle quali si sommano le commissioni che banche e reti commerciali applicano sul loro collocamento, che rendono, di fatto, i fondi comuni a gestione attiva prodotti costosi (spese correnti annue medie tra il 1,5% e il 3%).
I fondi a gestioni passiva, invece, seguono una filosofia di investimento che prevede la costruzione di un portafoglio di asset speculare ad un determinato indice di riferimento (c.d. “replica passiva”) e non presenta interventi discrezionali da parte del gestore.
Questo approccio riduce di molto le commissioni finali per i risparmiatori (spese correnti annue che vanno dallo 0,10% al 0,90%) per il ridotto numero di professionalità coinvolte nella gestione del fondo, ma lega nel bene e nel male le performance del fondo all’indice di riferimento, rinunciando alla possibilità di cavalcare opportunità di mercato ove presenti o smorzare il trend durante fasi negative di mercato.
Quale tipologia di fondi dà più valore agli investitori?
Costi e rendimenti sono le due variabili che determinano un buon investimento da un cattivo investimento: un buon rendimento annuo può essere vanificato da costi di gestione che possono rendere sconveniente l’investimento stesso.
Quindi se nei fondi attivi i costi annui sono mediamente superiori a quelli dei fondi passivi, un investitore avveduto si aspetterà quantomeno un rendimento superiore nel primo caso tale da giustificare la struttura di costi che sta pagando in commissioni.
Da un’analisi dei dati storici condotta sull’andamento delle performance dei fondi attivi contro i fondi passivi (Morningstar) emerge tuttavia come, ancora una volta, questi ultimi riescono nel medio-lungo termine a battere i fondi attivi.

I fondi attivi specializzati sull’azionario (grafico 1) che riescono a superare il proprio benchmark dichiarato nei primi 3 anni di vita non superano il 30% del totale. Nel medio-lungo termine (5-20 anni) le percentuali sono anche inferiori, mentre col passare del tempo aumentano i casi di fondi che chiudono o vengono “riciclati” per fusione con altri fondi poco fortunati.
Si riscontrano valori migliori per i fondi attivi specializzati nell’obbligazionario (grafico 2), ma in linea con i precedenti: in sostanza in fondi attivi non riescono mediamente a centrare i propri obiettivi di rendimento e fallendo caricano di costi gli investitori dei fondi.
Aggiungiamo infine un ulteriore elemento. Il risparmiatore che investe solitamente lo fa per orizzonti di tempo medio lunghi e con una struttura di costi elevata come quella dei fondi attivi si ha la ricetta perfetta per bruciare ogni anno una parte di risparmi in commissioni, quando il mercato offre alternative di investimento più efficienti.
Un esempio pratico chiarirà, ove ancora presenti, ogni ulteriore dubbio sul tema.
Confrontiamo l’investimento in un fondo attivo con uno in ETF su un orizzonte temporale di 30 anni. Il capitale investito iniziale è di 100.000 €, non ci sono rifinanziamenti. Il tema di investimento dei due strumenti è il medesimo, mentre i costi di gestione annui sono rispettivamente del 2,5% e dello 0,5% per l’ETF.
Ipotizziamo infine un rendimento medio annuo del 6%, sia del mercato che dei prodotti, così da isolare e comprendere appieno solo l’effetto dei costi annui sul capitale investito.

Al termine dell’orizzonte temporale è chiara la differenza in termini di performance. I costi hanno rappresentato una ghigliottina alla performance cumulata del fondo attivo…che lascia per strada ben 200.000 €.
A questo è possibile rispondere alla seguente domanda: quale dei due strumenti è in grado di creare più valore per il risparmiatore?
Qual è quindi la scelta migliore per gli investitori tra fondi attivi e passivi?
Quando si parla di investimenti sono molti i fattori da tenere in considerazione per poter effettuare scelte consapevoli ed in linea con i propri obiettivi di investimento.
Costi e rendimenti dei prodotti che faranno parte del portafoglio finanziario sono alcuni di questi fattori che più pesano sul bilancio finale se si guarda alla performance secca.
Essendo presenti sul mercato strumenti efficienti come i fondi passivi (ETF), che permettono di investire sui mercati in maniera diversificata e a costi contenuti, si dovrebbero prendere seriamente in considerazione come asset fondamentali e come scelta privilegiata della propria composizione di portafoglio.
Decidere di farsi affiancare da un Consulente Finanziario Autonomo vuol dire darsi la possibilità di investire scegliendo unicamente strumenti finanziari efficienti, veri motori di performance nel tempo.